24 Dicembre 2022

Predire il successo. L’autoefficacia percepita

Scritto da Andrea Pompili
Immaginiamo di essere l’allenatore di una squadra di calcio: siamo all’ultimo minuto della finale e dobbiamo decidere a chi far tirare il calcio di rigore decisivo. Oppure siamo il capo…

Immaginiamo di essere l’allenatore di una squadra di calcio: siamo all’ultimo minuto della finale e dobbiamo decidere a chi far tirare il calcio di rigore decisivo. Oppure siamo il capo progetto e dobbiamo decidere a quale persona del team affidare il cliente più importante.

Quanto può essere importate trovare la variabile più affidabile per anticipare l’andamento di una performance? E se la trovassimo, come è possibile influenzarla per migliorare le capacità di successo? 

Alcuni sperimentatori, guarda caso psicologi, si sono posti questa domanda: “è possibile predire l’andamento di un esame universitario?” E nel caso, quali sono gli indicatori che meglio possono fornire un’affidabile correlazione con la performance?

Questi sperimentatori hanno posto una serie di domande a studenti universitari che stavano entrando nell’aula di esame. Le domande comprendevano il numero di ore studiate, l’andamento degli esami precedenti, il numero di lezioni seguite e, infine, il voto che si aspettavano di ricevere. Chiaramente sono stati attenti a specificare che queste interviste non influivano sul voto d’esame: la sincerità la dobbiamo dare per scontata. Gli sperimentatori sono andati poi a verificare la correlazione tra le varie variabili osservate ed il voto finale dell’esame.

Vi svelo l’assassino. L’indicatore che meglio anticipava l’andamento dell’esame era la previsione del singolo studente circa l’andamento dell’esame stesso. Più del numero delle ore studiate, più dell’andamento degli esami precedenti, più delle variabili anagrafiche degli studenti o del titolo di studio posseduto. Quello che dava più informazioni sul risultato dell’esame era proprio quanto lo studente si sentisse capace di affrontare la prova. Non solo, il voto finale ottenuto si avvicinava fortemente al voto previsto dallo studente stesso.

Su questa scorta sono stati effettuati una serie di esperimenti simili, in diversi ambiti: nello sport, nel lavoro, nella scuola. E su diverse capacità: abilità sociali e cooperative, capacità di resistere allo stress, perseveranza nel fare fronte alle difficoltà. Diversi psicologi sono andati a rompere le scatole a giocatori di pallavolo o a ragazzi in età scolare oggetto di bullismo a scuola.

 

I risultati erano talmente convergenti da far pensare di aver scoperto l’acqua calda.

L’efficacia percepita dalle persone nel performare in un determinato compito sembra essere il miglior indicatore di come queste stesse effettivamente performano.

Facciamo attenzione non parliamo di autostima, ovvero quanto le persone si sentano capaci genericamente. Ma proprio della percezione di quanto ci si sente capaci nell’effettuare uno specifico compito in uno specifico momento. Parliamo di efficacia percepita in quello specifico esame; di percezione di essere capaci a segnare quel rigore, di affrontare oggi quel bullo a scuola e così via.

La saggezza popolare ci parla delle profezie che si autoavverano. In questo caso la scienza ci dice che questo funziona in entrambi i sensi: se pensiamo che qualcosa andrà male, ci andrà; ma se crediamo di riuscire?

Albert Bandura, psicologo sociale statunitense scomparso lo scorso anno, ha proposto questo costrutto chiamandolo self-efficacy, in italiano autoefficacia percepita. Vale a dire la convinzione delle proprie capacità di organizzare e gestire le proprie azioni in uno specifico compito. Va da sé che l’autoefficacia non è un tratto stabile di una persona, ma varia da situazione a situazione e cambia nel tempo.

Albert Bandura (1925-2021) fonte Wikipedia

In parole povere, stiamo dicendo che il modo statisticamente più affidabile per sapere se il nostro calciatore segnerà il rigore all’ultimo minuto è… chiederglielo. Chiedergli se crede di segnare.

Assumiamo per il momento il fatto che l’autoefficacia percepita possa anticipare la prestazione, possa darci l’elemento più affidabile per predire la riuscita in un compito; ne deriva che se potessimo influenzarla, potremmo modificare la prestazione stessa. Se potessimo aumentare la percezione di efficacia dello studente prima di fare l’esame, potremmo aumentare la possibilità dello stesso di andar bene.

Il nostro Bandura ha ipotizzato che la self-efficacy si basi su 4 elementi. Vale a dire che se chiedessimo al nostro calciatore se segnerà quel rigore all’ultimo minuto, egli, più o meno consapevolmente, in una frazione di secondo, andrà a valutare 4 variabili. 

Prima variabile

Stato psico-fisiologico. In parole povere, sempre il nostro calciatore andrà a valutare come sta. Come sta fisicamente e psicologicamente. È affaticato, ha dolori, crampi. Ma anche se è concentrato, eccessivamente stressato o troppo sotto pressione. Quante volte, andando ad affrontare una prova, abbiamo notato che un mal di testa, oppure la tensione o magari un generico stato di benessere possono influenzare la nostra prestazione. Lasciamo stare i rapporti di causa-effetto (vale a dire se sia la tensione per la prova che ci far star male o viceversa), di fatto il nostro stato psicofisico influenza l’andamento della prova.

Seconda variabile

Esperienze pregresse. Restiamo sul nostro calciatore. Nella sua mente affioreranno i ricordi di quanti rigori ha segnato e quanti in situazioni simili. Lui non sa se segnerà o meno, ma andrà a pensare a cosa ha fatto nel passato. Se tutte le volte che mi trovo a parlare in pubblico mi sale la tensione e balbetto, mi aspetto che anche quando lo farò la prossima volta accadrà la stessa cosa. Nella mia mente anticipo il mio comportamento ed influenzo le mie azioni, in positivo o in negativo. Per i maschi questo è un rischio conosciuto: alcune volte una singola défaillance sotto le lenzuola può essere pericolosa non tanto per la cosa in sé, ma perché porta al timore che possa accadere nuovamente. Il “e se mi ricapita adesso?” è nefasto, soprattutto perché quel ricordo diventa invasivo e preponderante rispetto a tutte le altre prestazioni positive. La nostra mente non è portata a fare un calcolo del rapporto successi/insuccessi, ma farà emergere prioritariamente i ricordi più significativi.

Terza variabile

Esperienze vicarie. Ciò che hanno fatto gli altri. Le nostre credenze si basano anche su ciò che sappiamo sulle esperienze altrui. Tornando al nostro calciatore; se il capitano della squadra ha appena sbagliato il penalty, proprio il giocatore più forte, più freddo e più rappresentativo, il nostro sentirà ancor più la pressione e potrebbe essere meno confidente nelle proprie capacità. Sapere cosa hanno fatto gli altri, vedere le prestazioni altrui in situazioni simili sembra darci elementi valutativi su come ci comporteremo. Nella realtà le prestazioni altrui non hanno alcuna inferenza in quelle nostre, ma nella pratica noi ci “settiamo” mentalmente sulla base delle informazioni in nostro possesso.

Quarta variabile

Le influenze sociali. Ciò che gli altri ci comunicano. Se gli altri, tanto più se li riteniamo fonti autorevoli, ci trasmettono sicurezza nelle nostre capacità a svolgere un compito; noi ci costruiamo la convinzione di potercela fare. La mamma che dice al figlio che andrà bene al compito di matematica, perché è bravo, ha studiato ed è intelligente; trasmette al ragazzo quella giusta confidenza che gli permetterà di credere di potercela fare, che a sua volta è il miglior predittore del successo. Attenzione cari genitori, vale anche al contrario. Il motivatore che ci sta accanto ci incita, ci dice che ce la faremo, ci dice che siamo capaci, aiuta la nostra mente ad organizzare i pensieri perché possiamo agire nel migliore dei modi.

In conclusione, vogliamo far in modo che aumentino le probabilità che quel rigore all’ultimo minuto sia segnato? Scegliamo il calciatore che ci appare più sicuro di segnarlo. Accertiamoci poi che stia bene, che recentemente non abbia sbagliato rigori in momenti significativi, magari gli ricordiamo che ne ha segnati tanti e che lo hanno fatto anche i suoi compagni e, infine, mostriamoci certi che lui farà altrettanto.

Poi incrociamo le dita!

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